La forza della fragilità, un libro di Brené Brown

La forza della fragilità, un libro di Brené Brown

Qualche tempo fa (vi ricordate?) vi parlai di un’ironica ricercatrice texana e del suo meraviglioso TED sulla vulnerabilità.

Sapevo che, prima o poi, sarei stata pronta ad approfondire.

Così nella mia ultima tornata di book shopping senza se e senza ma, ho messo nel carrello La forza della fragilità di Brené Brown.

Nell’istante subito successivo averlo ricevuto, l’ho incastrato nella libreria senza neanche aprirlo.

Non perché non fossi pronta a leggerlo.

Volevo un tempo giusto da dedicargli, un tempo suo.

Ed ho scelto l’estate. Ho volutamente deciso che non avrei portato in vacanza il computer perché, dopo un luglio altamente digitale, volevo fare un po’ di detox e dedicarmi alla buona e vecchia carta.

Era arrivato il momento giusto.

E gli ho dedicato il tempo giusto.

I primi giorni di Settembre lo avevo finito ma ero consapevole che una lettura non fosse abbastanza. Volevo scolpire ogni parola ed argomento nel mio cuore prima che nella mia mente.

Ancora adesso è sul mio comodino per ribadire a me stessa in maniera continuativa alcune sfumature con il desiderio profondo di renderle mie.

Ma andiamo per ordine.

La forza della fragilità di Brené Brown è un libro pregnante, intenso, che parla di amore, di empatia, di perdono.

Per la vastità di questi argomenti, ho scelto appositamente di raccontarvi solo alcuni passaggi del libro e di riportarvi un numero adeguato di citazioni con il preciso intento di rimanere fedele al messaggio della Brown.

Mi auguro che ognuna/o di voi decida di leggerlo, sia che ci sentiamo fragili sia che non ci siamo mai permesse/i di esserlo.

La forza della fragilità: 4 punti su cui riflettere

1 – Le persone fanno del loro meglio

Siate sincere/i e rispondete di getto a questa domanda:

Per voi ogni persona al mondo fa del suo meglio?

Non so cosa abbiate risposto ma a me questo punto ha mandato letteralmente in crisi.

Come primissima risposta, ho sinceramente pensato: “Beh, dai, non facciamo i buonisti. Forse non proprio tutti fanno del loro meglio”.

Ma poi ho continuato a leggere e ho scoperto altro.

Brené Brown, mentre cerca di rispondere a questa domanda in prima persona, la rivolge in un momento di forte emotività alla sua analista.

Risultato? Spiazzata!

Sì, spiazzata da una risposta che, immagino, avrebbe spiazzato la maggior parte di noi: “Non sono in grado di risponderti. So solo che vivo meglio quando do per scontato che gli altri ce la mettano tutta. Mi permette di non giudicare e mi aiuta a pensare al presente, senza perdermi in inutili supposizioni”.*

Essendo una ricercatrice e avendo fatto della vulnerabilità la sua materia di studio più importante, Brené Brown approfondisce e raccoglie dati sull’argomento arrivando a dire che “Le persone comprensive e indulgenti manifestano sempre i propri bisogni, dicono di no quando è necessario e di sì quando sono convinte. Sono indulgenti perché i loro paletti le salvano dai risentimenti”.*

Per paletti la Brown intende elenchi di ciò che per noi è corretto e di ciò che non lo è.

Io, per esempio, sono una di quelle persone a cui non è mai stato insegnato a proteggersi o a mettere paletti. Un grandissimo disastro, ve lo assicuro. Perciò ho dovuto imparare da grande e vi confesso che sto ancora imparando.

La Brown prosegue: “La benevolenza e la nobiltà d’animo non autorizza gli altri ad approfittare di noi, a trattarci scorrettamente, a mancarci di rispetto di proposito, o a farci del male… dare il beneficio del dubbio, ma senza mettere dei paletti, è la ricetta giusta per creare risentimenti, incomprensioni e giudizi.”*

Insomma viene fuori che chi è veramente indulgente e benevolente crede che ogni persona fa del suo meglio ed è proprio stabilendo bene quali e quanti paletti mettere che si diventa consapevoli, responsabili e sicure/i di sé.

La chiave del suo discorso sta in questa frase: “Nel momento in cui al coraggio di manifestare ciò che per noi va bene e ciò che non va bene uniamo la nobile supposizione che gli altri facciano del loro meglio, la nostra vita cambia.”*

Lo so che, a prima lettura, può sembrare una contraddizione ma pensateci bene, pensate alla storia e alle persone che veramente sono state e sono compassionevoli: non si fanno mettere i piedi in faccia, sono coraggiose, dichiarano con forza i loro valori e sono inequivocabilmente accoglienti.

Alla fine anche io ero d’accordo con l’analista di Brené Brown ma soprattutto mi sono ricordata una cosa che il Buddismo mi ha insegnato tanti anni fa e che tendo quotidianamente a dimenticare: le altre persone, il nostro ambiente, sono lo specchio di come noi percepiamo e trattiamo noi stesse/i. Sono io per prima che devo rispettare e dare valore al mio tempo, al mio lavoro, alla mia persona. E forse sono proprio questi paletti che, spesso mi dimentico di porre, che mi possono aiutare ad amarmi e rispettarmi.

Adesso vi rifaccio la domanda: per voi ogni persona al mondo fa del suo meglio?

2- Fallimento

Altro argomentino niente male. Vero?

Aldilà del concetto di “perdente” che, sia chiaro, è bandito tra queste pagine, c’è una grande differenza che spesso non valutiamo e che, da brava ricercatrice, la Brown analizza nel significato e nell’impatto su di noi: la differenza tra “Io ho fallito” e “Sono un fallito”.

Il pericolo più grande del fallimento è sentirsi impotenti perché questo ci rende dannose/i per noi stesse/i e per le persone che vivono intorno a noi. Ma il punto è che noi diamo alla parola “potere” una connotazione quasi esclusivamente negativa. Se, come dice Brené, valutassimo il potere secondo le parole di Martin Luther King che lo equipara a “La capacità di raggiungere degli scopi e di effettuare dei cambiamenti”*, capirete bene che quel potere va ricercato ed alimentato, anziché denigrato, perché, utilizzandolo in questa forma, NON SAREMO FALLITE/I ANCHE SE QUALCHE VOLTA AVREMO FALLITO.

Quello che davvero conta, secondo Brené Brown, è quanto ci abbiamo messo impegno, quanto siamo rimaste/i fedeli ai nostri paletti perché non è la perfezione che va ricercata, anzi bisogna “autorizzarsi a essere imperfette e al contempo a sentirsi adeguate!”.*

3- Senso di identità

La forza della fragilità libro di Brené Brown

Chi siamo? Ma chi siamo davvero, intendo? Quella parte di noi che non dipende dai nostri genitori, dalle nostre esperienze, quella parte di noi che era alla nascita e che c’è, lì dentro, anche se noi o i traumi l’hanno sepolta.

Un punto che mi è molto caro.

Del resto questo blog non avrebbe il nome che ha altrimenti.

Ho passato anni a lottare tra quella parte di me, quella autentica, e quella che gli altri volevano che io fossi. Ho passato anni, tra l’altro senza riuscirci, a cercare di identificarmi, di incasellarmi in qualche data base solo perché in questo modo “si lavora di più”, “ti amano di più”, “ti accettano di più”. Finché non ho scoperto che non c’era niente da definire, che io sono una multipotenziale, che come dice la Brown citando Walt Whitman: “Sono vasto, contengo moltitudini”.* E non potrei essere altro che questo.

Per accettarci e volerci bene per come siamo, dobbiamo rivendicare la maternità di quelle parti di noi stessi che abbiamo reso orfane nel corso degli anni e rientrare in comunione con esse”.*

Ogni giorno mi rendo conto che in un mondo che tende ad uniformare e rendere tutte/i uguali, fare questo è davvero complicato. Ma tempo fa mi sono fatta una promessa, quella di rimanere sempre fedele a me stessa e, se anche non ci riesco tutte le volte perché “fallisco” e “non sono perfetta”, faccio davvero del mio meglio per andare in quella direzione, per essere la persona che sono destinata ad essere. E, credetemi, è un altro vivere!

4- Rivoluzione

Questo è un altro concetto che ho ritrovato nella Brown e che è una pietra miliare del Buddismo: la rivoluzione. Che non è una rivoluzione armata, violenta, ma è la rivoluzione dell’essere umano. Una rivoluzione che parte da ogni singola persona e si propaga proprio perché siamo e saremo sempre collegati: vi ricordate quando vi parlai della rete di Indra?

Dice Brené Brown: “È un movimento silenzioso, che parte dal basso basandosi sul concetto che la storia di ciascuno di noi conta perché ciascuno di noi è importante… un movimento alimentato dalla libertà di non dover più fingere che sia tutto a posto anche se non lo è”.*

La forza della fragilità: Le mie conclusioni

Da anni sono convinta che noi possiamo creare il cambiamento che vogliamo, che abbiamo il potere di rendere questo cambiamento reale. Ci viene inculcato che non è così, e la tv e i media non fanno che ricordarcelo, ma se siamo oneste/i con noi stesse/i, sappiamo benissimo che non hanno ragione loro.

Sappiamo che abbiamo in noi un potere incommensurabile e che questo potere si moltiplica se creiamo e alimentiamo il collegamento tra noi, tra esseri che credono, che vogliono usare questo potere. Non parlo di magia o di strane energie impalpabili. Parlo di fatti concreti.

Sono certa che anche solo una volta nella vita avete percepito questo potere e tutte le mie parole in questo blog, i libri che vi propongo, il mio modo di viaggiare, le interviste, persino i prodotti approvati per voi (visto che non credo nella separazione tra materia e spirito), vanno nella direzione di alimentare quel potere.

Dobbiamo amare il prossimo non per ciò che potrebbe essere ma per ciò che è. E questo vale anche per noi stessi quando ci autodemoliamo, dobbiamo ricordare a quell’insolente vocina che ce la stiamo mettendo tutta.”*

ENJOY!

*tutte le citazioni sono tratte dal libro “La forza della fragilità”, Brené Brown, Vallardi Editore.

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