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Sindrome dell’impostore: alleata o nemica?

E qui ti voglio perché lo so che, se ci somigliamo un po’, di sindrome dell’impostore soffriamo tutte noi, anime al contrario.

Hai presente quando, nonostante padroneggi un argomento, pensi di non essere “ancora” in grado di parlarne? O quando ti fanno i complimenti perché hai fatto un lavoro della madonna e tu pensi: “Forse vuole solo essere gentile!”?

Aspetta, aspetta che questa ce l’abbiamo tutte/i… quando sei a cena con gli amici e c’è sempre lo “splendido” che parla come fosse il mega-professore universitario di una cosa di cui tu sai tutto dalla A alla Z, dentro di te pensi “Ma questo che sta a dì?”, eppure non ti senti in grado di ribattere?

Ecco, tutte queste belle cosette sono sintomi della disgraziatissima sindrome dell’impostore.

Ah, in tutto questo, lo “splendido” soffre del disturbo opposto: l’effetto Dunning-Kruger che, ironia della sorte, fa credere a queste persone di essere chissà chi, di saperne più degli altri ma non ne sanno nulla, o quasi nulla. Incredibile, vero?

E so anche che questa cosa ti fa rodere il c…

Allora visto che qui la tua Noemi è sempre pronta a non farti sentire sola/o, parliamo un po’ di questa sindrome e di come possiamo affrontarla per vivere meglio, ché di vite gratuitamente sofferenti non ne vogliamo. Qui si vuol star bene.

La sindrome dell’impostore affligge anche gli impensabili

Cominciamo dai dati scientifici ché, si sa, noi affetti da sindrome dell’impostore vogliamo dati misurabili.

Gli studi di Pauline Clance e Suzanne Imes (prime scienziate ad aver parlato di sindrome dell’impostore) hanno dimostrato che non solo questa sindrome è comune ad una grossa fetta della popolazione mondiale ma anche che quella fetta corrisponde a persone di grande talento.

Ebbene sì, sappi che attori e attrici famose/i, professoresse universitarie, premi Nobel, artisti d’eccellenza senza eccezione soffrono di sindrome dell’impostore.

Anzi ti dirò di più, sono proprio le persone più competenti a soffrirne, quelle che si fanno il mazzo, che sfidano ogni giorno i propri limiti, che ambiscono a migliorarsi sempre di più.

Sto parlando di persone come Meryl Streep, sì, hai sentito bene, quella che è considerata la migliore attrice dei nostri tempi.

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La sindrome di chi si sente incapace

E proprio quelle persone così capaci che annoverano risultati su risultati, con un senso del dovere che raggiunge vette insormontabili, con addosso la continua paura di fallire, proprio loro si sentono profondamente inadeguate, finte, impostori appunto.

E figurati se mostrano quei risultati, giammai! Il rischio di imbarazzo sarebbe troppo grande. Mica possono permettersi di sbagliare. Piuttosto fanno a gara per sminuirsi, non sentendosi mai degne di successo. Al massimo penseranno che i loro successi siano dovuti ad una botta di fortuna o al caso, insomma a qualcosa che non dipende da loro. E questa è un’arma a doppio taglio perché se sono dipesi solo dalla fortuna, sicuramente il vento della fortuna prima o poi cambierà e qualcuno “li smaschererà”.

Non c’è dubbio che la sindrome dell’impostore vada a braccetto con una profonda mancanza di fiducia in se stesse/i, di autostima. Ci aspettiamo sempre che siano gli altri ad approvarci e questo ci rende profondamente deboli e insoddisfatte/i.

Pericoli della sindrome dell’impostore

Il grande rischio della sindrome dell’impostore è infatti quello di auto-boicottare la propria vita e i possibili successi che come persone capaci saremmo benissimo in grado di raggiungere ma questa forte disistima ci blocca, ci sabota. Non pensiamo di meritarli. Ci paragoniamo sempre a qualcun’altra/o che ovviamente ai nostri occhi è più brava/o di noi. Invece di concentrarci sul nostro valore, pensiamo che non ci sentiamo all’altezza o, ancora peggio, “non abbastanza”.

E questo emerge sempre di più quando siamo di fronte a un nuovo risultato raggiunto. Più l’asticella si alza, più la sindrome dell’impostore accresce il suo malefico potere. La paura del giudizio diventa insostenibile. La tendenza al perfezionismo la farà da padrona, ci porterà a lavorare sempre di più con obiettivi quasi irrealistici (anzi togliamo il “quasi”) con il rischio plausibile di andare in tilt, in quello che si chiama burn-out o, come lo chiamava mia nonna, esaurimento nervoso.

I benefici della sindrome dell’impostore

Ma non è tutto da buttare via. Aspetta che adesso ci tiriamo su.

Sì, perché chi soffre della sindrome dell’impostore è soprattutto una persona umile, con un forte senso di auto-critica e il costante desiderio di auto-migliorarsi, qualità per esempio che spingono le/i grandi scienziate/i a fare scoperte incredibili. E le/i professionisti in generale a creare qualcosa di grandioso che non c’era prima nel loro campo.

Una cosa che non mi stancherò mai di ripetere è che nella vita la perfezione non serve a nulla, anzi spesso è deleteria. Il punto non è essere perfette/i ma riconoscere chi siamo, osservarci onestamente (non con gli occhi della paura) e, invece di andare in apnea a causa dell’ansia da prestazione, ricordarsi che, nemmeno se studiassimo tutta la vita, conosceremo tutte, ma proprio tutte, le cose dell’universo.

A questo punto potremmo fare un passo in più. Che ne dici?

Potremmo per esempio imparare a vedere una volta per tutte i nostri successi e, pensa un po’, a goderne.

Una cosa che mi è molto utile è scrivere, annotare i miei traguardi, persino i soldi guadagnati, le email delle aziende con cui ho lavorato, i messaggi di chi mi conosce e, ogni tanto, soprattutto se mi sto perdendo in pensieri disfattisti, rileggermeli.

Se le persone ti dicono che sei in gamba, che hai fatto un ottimo lavoro, se questo poi avviene più e più volte, chi sei tu per dire che tutto questo non è vero? Chi sono io per dirlo?

Questo ci aiuterà ad alimentare la fiducia in noi stesse/i perché sarà basata su cose concrete, non aleatorie.

Iniziamo inoltre ad accettare i complimenti. Sì, me ne rendo conto, è dura: io faccio una gran fatica ancora oggi ma bisogna partire anche da qui. 

C’è una poesia buddista che recita:

Semina un pensiero e raccoglierai un’azione, semina un’azione e raccoglierai un’abitudine, semina un’abitudine e raccoglierai un carattere, semina un carattere e raccoglierai un destino”.

Pian, piano azioni e pensieri che ci sembrano adesso difficili diventeranno abitudini e ci porteranno a rendere questa sindrome dell’impostore da nemica ad alleata.

Anche perché poi, lasciamelo dire, il tempo scorre via e sono certa che sarai d’accordo con me quando dico che non possiamo permetterci di aspettare di diventare chissà chi, di sapere chissà cosa per essere felici, bisogna farlo qui e ora, e magari riusciremo finalmente a goderci una delle nostre tante vittorie invece di farle passare guardando al prossimo obiettivo con il rischio di non realizzare niente in questa continua corsa al perfezionismo.

Passo dopo passo, smetteremo di cercare l’approvazione fuori di noi e diventeremo padrone/i del nostro destino.

Aneddoto finale

Ti racconto una storia.

La scorsa estate in una di quelle cene di classe in cui rivedi i tuoi compagni di liceo dopo mille mila anni, qualcuno (ché si sa che crescono d’età ma non di saggezza) ha pensato bene di fare le interviste a tre persone a caso. Chiaramente una di quelle ero io (ma dai?!), io che all’idea di avere addosso gli occhi di 25 persone mi imbarazzo al limite della decenza.

Ma andiamo avanti. Cominciano a farmi le domande su questi mille mila anni passati, cosa hai fatto, dove sei stata, etc.

Beh, vuoi sapere una cosa?

Io che mi sono sentita sempre una fallita nella vita, che non mi ritengo mai abbastanza e che, sì devo ammetterlo, qualche volta mi piango addosso, proprio io ho lavorato con i più grandi fotografi della moda e registi della pubblicità, ho cambiato tre città, sono diventata mamma di una bimba che oggi è il grande amore della mia vita, ho scritto e auto-pubblicato un libro, Safari, ho creato senza l’aiuto di nessuno un luogo virtuale in cui riunire tutte le persone che nella vita si sono sentite diverse, un luogo che oggi conta quasi 60 mila persone, ho fatto insieme alla mia bimba il giro del mondo e ho nuovi progetti davanti a me.

Non male, vero?

Sai cosa è successo? Che quando la serata è finita ho pensato: “Oh, mai sai che hai avuto una vita fighissima? Sì, non avrò il conto in banca di chi lavora nella stessa azienda da 20 anni ma pensa quante altre cose ci sono state che, se avessi avuto quel lavoro fisso, mi sarei solo sognata”.

Beh, sono certa che se ti fermi a pensare a te, a quello che hai realizzato, scoprirai tante bellissime cose che ci sono state nella tua vita, solo grazie a te!

Buona vita, anima al contrario.

Io ci sono sei hai voglia di fare due chiacchiere con me nei commenti.

2 pensieri su “Sindrome dell’impostore: alleata o nemica?

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