COSA SUCCEDE SE TI AMMALI TU?

COSA SUCCEDE SE TI AMMALI TU?

Qualche giorno fa, mi ero ritrovata perfettamente in un post della mitica Chiara Santamaria. La gnoma si era ammalata ed io ero in piena crisi emotivo-organizzativa per la presentazione di SAFARI.
Dovevo arrivarci sana e salva, senza alcuna traccia di raffreddore o mal di gola. Pensate all’autore che, con pathos e struggimento (ok, sto esagerando ma i poeti maledetti hanno sempre esercitato un certo fascino su di me), spiega la sua creatura tirando su col naso o strozzandosi per l’afonia.
Oh, my god, che tristezza!
Vai di training autogeno “Celapossofare, celapossofare, celapossofare”, vitamina C a gogò, echinacea e compagnia bella a combattere i suoi Etciù sparati direttamente sui miei orifizi facciali con la mira di un cecchino, abbracci moccicosi da mammahobisognodite e i tuoi tentativi di staccartene cercando di non compromettere il suo equilibrio psichico.

I microbi entrano nel corpo di LUI che dorme con la sottoscritta, il che comporta notti insonni pur di assumere costantemente posizioni opposte alle sue, con l’unico scopo di evitare contatti notturni indesiderati, e ti dici: “È tutto ok. Domenica è vicina e io sto bene”.

Domenica va tutto alla grande (presto ve lo racconterò in un post dedicato), MA LUNEDÌ…
(colonna sonora di Profondo Rosso in sottofondo)
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Lunedì il corpo cede inesorabilmente. Ti parla e ti dice: “Oh, bella! Mica sei wonder-woman”.

E ti ritrovi con un gran bel casino da risolvere:

TI SEI AMMALATA
Questi sono i momenti in cui mi sento vicina alle Amiche di Fuso perché, pur non essendo expat, i 900 km di lontananza dalla famiglia rendono impossibile la telefonata: “Mamma, che hai da fare oggi? Avrei un certo bisogno di te”.
E va bene quel giorno (il primo) in cui ti senti stordita ma stai ancora in piedi; quel giorno (il secondo) in cui chiedi aiuto alla mamma dell’amichetta di turno perché ti prenda la gnoma da scuola; quel giorno (il terzo) in cui sei ottimista e ti ripeti: “Domani mi lavo i capelli”, e ne sono passati altri 4; quei giorni che ti sembra passeggera e invece non passa più.
E POI ARRIVA IL GIORNO X (il quarto per la cronaca), quello stramaledetto giorno che non ce la fai neanche ad alzarti dal letto per fare pipì, che LUI è andato al lavoro e la gnoma è a scuola, che rimani stesa fino ad ora di pranzo ma poi, morta di fame, decidi che forse è meglio tentare di arrivare alla cucina.
Ti trascini lì con le movenze di un’anaconda, apri il frigo, poi la credenza, ti siedi mentre rimugini sul da farsi. Ti dici: “Devo assolutamente mangiare qualcosa”, e alla fine, non hai altra scelta che ripiegare su di LEI, SÌ, LEI, acquistata proprio per le emergenze, sigillata, nell’angolino dietro la farina:
LA SCATOLETTA DI TONNO.
Che poi si sa, è opinione dei più famosi nutrizionisti al mondo che la scatoletta di tonno sia digeribile come il brodino di pollo, quindi non ti lamentare se, dopo, passi il pomeriggio con un rigurgito perenne di olio in scatola.
Nel letto, da sola.
La depressione ti attanaglia e inizi a decantare l’ode vittimistica: “Sigh, però io ci sono sempre quando si ammalano quei due. Quando mi ammalo io, invece, non c’è nessuno che si occupi di meeeeee … sigh… sigh”.
Come da copione, lacrime a ripetizione e, in sottofondo, Celine Dion:
“All by myself
Don’t wanna be
All by myself
Anymore”
Cerchi di leggere un libro e dopo due pagine, ti convinci di essere dislessica. Provi a rispondere a qualche messaggio, ma il dito ti scivola giù in un nanosecondo. Alla fine ti accontenti di accendere la radio e dedicarti alla pratica spumeggiante dell’osservazione del soffitto. Yeah!
Quelle rare volte che (eppure lo sai che non è salutare) decidi di avvicinarti allo specchio, lui non può farcela e urla:
“VIAAAAA! VAI VIA, migra verso i lidi di trucco e parrucco. Solo allora potrai tornare da me”.
E con sguardo basso, torni, tapina, verso l’amato/odiato giaciglio.

C’è però quel momento in cui la gnoma ti mette una mano gelata sulla fronte bollente, tu le chiedi come mai le sue mani sono così fredde, e lei ti risponde: “Sono andata a lavarle con l’acqua fredda, così potevo rinfrescarti”.
Finalmente non ti senti più sola e abbandonata e, motivata da tale gesto, ricominci a recitare il mantra:

#celapossofare

#celapossofare
#celapossofare

 
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